| Newsletter Sicrea – N° 7, 1
marzo 2008 |
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Statistiche e soluzioni
di Giorgio Gobbi
Proviamo a collegare tra loro
alcune statistiche pubblicate da
enti e media. Ne possiamo trarre
indicazioni utili per orientare
le nostre decisioni e strategie.
Cominciamo
dalla durata delle imprese. Il
rapporto ISTAT 2006 ci dice
che, delle imprese nate nel 1999, solo il 60% era sopravvissuto
nel 2003.
I primi due anni sono i più difficili, con una
mortalità del 23,4%. Dopo
cinque anni, una media vicino al 50% non sopravvive
(con maggiore quota al Sud rispetto al Nord).
All'estremo opposto, Impresa Oggi
cita ricerche sulla longevità delle
aziende europee e americane di maggior
successo, che hanno una durata media
di 18 anni.
Fattori di successo
Ci sono aziende fondate parecchi
secoli fa e tuttora funzionanti,
segno che la longevità dipende
da organizzazione e management
adeguati. L'incapacità di
decidere e mettere in atto le
scelte giuste è certo un
fattore di mortalità.
Un ricercatore citato
da Impresa Oggi ha elencato
alcune qualità comuni alle imprese che hanno
più di un secolo di vita:
- riluttanza a intraprendere
operazioni finanziarie a rischio,
- sensibilità e attenzione
ai cambiamenti in atto nel
mondo
esterno,
- consapevolezza dell'identità e
cultura aziendale,
- grande attenzione verso
le
nuove idee,
- predisposizione al cambiamento
del proprio core business.
L'ultimo punto è fondamentale.
Pensate alle aziende tessili fallite
o al
business di Nokia prima dei cellulari:
nell'800 lavorava il legname,
in seguito ha continuamente modificato
e aggiornato i propri campi di
attività.
Breve vita delle PMI
In particolare, Impresa Oggi mette
in evidenza due cause per la breve
vita delle piccole e medie imprese:
- la crisi che nasce dal trapasso
generazionale,
- il ritardo nel cogliere i segni
premonitori di una crisi
Il rapporto Censis 2007 lo conferma.
Il 42% dei titolari d'azienda ha
oltre 50 anni (l'8% oltre 70 e il
6,6% meno di 30). Ogni anno tra
60 e 80.000 aziende a carattere
familiare devono affrontare il trapasso
generazionale. Altre statistiche
indicano che è piccola
la percentuale
dei
casi in cui l'azienda sopravvive
alla transizione tra padri e figli.
Maggiore successo deriva dal ricorso
a manager di provata competenza.
Ricambio generazionale
L'ISTAT ha rilevato che su circa
200.000 aziende nate nel 2002,
circa 154.000 erano attive nel 2005
e di queste il 70% aveva un titolare
di meno di 40 anni. Inoltre, solo
il 26% di quelle sopravissute erano
state costituite sull'impronta
di realtà familiari.
Come dire che tre
quarti dei figli non sono qualificati per espandere
il business di
famiglia.
È facile dedurre che, per avere
successo, un imprenditore deve
essere motivato:
deve avere mete e scopi da raggiungere,
saper definire qual
è il business e il prodotto dell'azienda, saper
organizzare e
pianificare le attività necessarie e volere
ottenere a tutti i costi i
risultati senza violare le linee di condotta
e i principi etici
aziendali.
Aziende da salvare
Come rileva il rapporto Censis,
in Italia cresce il numero di giovani
che, specialmente al Sud, si libera del
miraggio del
lavoro dipendente
e prende in mano il proprio destino lavorativo diventando
imprenditore. Nello stesso tempo, ci sono ogni
anno decine di migliaia di imprenditori
che
vedono dissolversi la propria
azienda
e il capitale sia
economico sia
sociale che essa rappresenta.
La
soluzione naturale è che
i giovani con esperienze in specifiche
aree di
lavoro aiutino a salvare le tante
piccole aziende dal futuro incerto.
Sarebbe
più logico che un imprenditore
anziano "adottasse" dei
giovani promettenti
(con reciproco vantaggio) anziché avere
scioglimento di aziende
e disoccupazione.
Lo
spazio d'intervento è aperto
a enti pubblici, associazioni,
consorzi, aziende
di servizio e all'iniziativa organizzata
dei tanti giovani, spesso
laureati con esperienze di lavoro,
in cerca di occupazione.
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